gruppo dischi immagini concerti messaggi contatti notizie
english


di Stefano Corsi

C'è un antefatto che ha favorito la nascita dei Whisky Trail. Risale ad un periodo distante ormai più di quarant'anni, quando Giulia Lorimer, venuta in Italia dall'America, intraprese, insieme a suo marito, un viaggio molto particolare in Irlanda. Lui era un giovane scrittore che era stato inviato in Irlanda da un quotidiano di Firenze per fare dei servizi sugli usi e costumi dell'isola. A piedi, con una tenda e un sacco a pelo sulle spalle, percorsero l'intero paese. Tornarono con dischi oggi assolutamente introvabili, fatti in modo rudimentale, con una voce e un banjo o un whistle. Incontrarono poeti, musicisti...insieme vissero gli inizi (era la fine degli anni '50) di una nuova stagione della cultura irlandese. Ma la cosa più bella è che la casa di Poggio all'Arrigo sulle colline di Firenze in cui fissarono la loro dimora e in cui fecero tappa a loro volta giovani poeti e musicisti irlandesi, conobbe i fermenti che preparavano un periodo oggi sintetizzabile con una sigla: il '68. La famiglia, che nel frattempo andava crescendo fino a raggiungere gli undici figli, divenne una vera e propria comunità aperta da cui sono passate centinaia di persone, dal ragazzo di quartiere con problemi di disadattamento, all'artista alla ricerca di esperienze di vita fuori dai normali schemi; dall'intellettuale che veniva a mettere in discussione i modelli della vita borghese, al prete rivoluzionario che contestava la gerarchia autoritaria della Chiesa. Fu così che insieme a Ivan Illich, Ignazio Silone, Mary Lavin e perfino un giovane Sean Connery, passarono anche poeti irlandesi come John Montague e Desmond O'Grady. In questo periodo urgevano gli eventi del '68 e quei poveri dischi di musica irlandese, con la loro rudimentale semplicità, per qualche tempo rimasero come sotto la cenere, per giocare nei primi anni '70 un ruolo fondamentale per la nascita dei Whisky Trail.
Infatti l'attenzione alla musica etnica che in quel periodo cominciò ad imporsi in modo prorompente dette vita, attorno alla casa di Giulia, ad una formazione che si chiamava Gruppo Folk Internazionale; l'ideatore era stato Antonio Breschi, eclettico pianista che amava spaziare, come fa ancora oggi, in tante direzioni musicali. Fu nel '75 che il gruppo Folk Internazionale mutò il nome in Whisky Trail. Di quel primo gruppo, oltre a Breschi io e Giulia, facevano parte, fra gli altri, Daniel Craighead e Pietro Crivelli. Importante per la definizione del nome fu l'esigenza di seguire le suggestioni di un'ipotetica 'pista del whisky', la metafora con cui si rappresentava l'emigrazione irlandese in America. Insieme al whisky gli irlandesi portavano la loro musica che era destinata a dare vita a varie forme musicali americane, fino, sostenevamo, all'incontro con la musica nera (per la verità eravamo sorretti nella nostra teoria anche da qualche importante musicologo) e al conseguente contributo alla nascita del jazz. Giusta o no che fosse questa tesi, era sufficientemente affascinante per offrire in un concerto un ampio percorso musicale che partiva dalla musica irlandese e, passando per il country ed il blue grass, giungeva alle prime forme del jazz.

Fu l'editoriale Sciascia che nel 1975 ci dette la possibilità di accedere alla nostra prima incisione; decisivo fu il ruolo della casa discografica nel dirigerci verso il solo repertorio irlandese. In quel primo disco facevano parte del gruppo anche l'americana Rebecca Miller, moglie di Breschi all'epoca, e Piero Bubbico, percussionista fra i più importanti dell'area fiorentina. Il repertorio di quell'ormai rarissimo vinile (ne abbiamo vista una copia a un costo elevato in un mercato per collezionisti) aveva sostanzialmente un'atmosfera da pub mescolata con la vena sessantottina dell'impegno politico: dall'anarchico distillatore abusivo di Moonshiner, al protagonista affascinante e inesorabilmente rivoluzionario di Patriot Game.
Due anni dopo, l'editoriale Sciascia ci offrì la possibilità di un secondo album per la stessa collana "I Dischi dello Zodiaco". Nel frattempo se ne era andato in America Pietro Crivelli al cui posto, nel '76, subentrò Pietro Sabatini. Se si pensa che anche Rebecca Miller, con la sua tipica voce femminile americana, era uscita dal gruppo, i Whisky Trail prendevano una fisionomia decisamente diversa. Pietro Sabatini entrava con il suo basso elettrico proveniente dal rock, portando la sua notevole professionalità che ampliò poi diventando in breve tempo un ottimo chitarrista acustico. Così il secondo disco vedeva una decisa sterzata di direzione, con un organico strumentale fatto di pianoforte, percussioni, basso elettrico e chitarra, fisarmonica e whistle, mandola e chitarra a 12 corde, voce e violino. Purtroppo il disco ebbe un limite, quello di dover essere registrato in tre giorni. Solo a distanza di anni, con la rimasterizzazione e alcuni ritocchi per la pubblicazione in CD, ha preso a suonare come volevamo. Quei dischi ebbero una bella distribuzione e ci fecero approdare anche a trasmissioni radio-televisive. Risentendoli oggi è sorprendente notare che le sonorità del secondo, ricordano, seppur nate 15 anni prima, la musica dei Pogues. In una recensione di White Goddess, Umberto Tonello, parlando di quelle due prime nostre produzioni dice: "su quei dischi ci siamo formati in tanti". Non so in che misura questa affermazione corrisponda alla realtà ma certamente ci fecero conoscere al pubblico.
Lungo sarebbe scandire tutte le tappe che hanno portato alla pubblicazione degli altri dischi ma mi sembra importante menzionare l'inserimento nel gruppo di Velemir Dugina nel '78, un grande ed eclettico violinista slavo con cui producemmo nel '79 Miriana. Il gruppo con la personalità di Velemir cambiava ancora fisionomia: si aggiungevano, alle sonorità collaudate, i suoi estri balcanici. Un giudizio su quelle prime produzioni? era musica di un'esperienza internazionale, quella che era nata a casa di Giulia Lorimer; come dire? la musica irlandese di una periferia che cercava il centro ed esitava ad addentrarcisi perché presa dal fascino dei frequenti incontri fra musicisti di diversa estrazione geografica e musicale.

La produzione musicale a cui cominciare a far riferimento per la fase successiva più matura comincia con Dies Irae che è dell'82. Quello è il disco della svolta, non tanto per il valore artistico, quanto per la direzione della ricerca e l'acquisizione di un linguaggio ormai davvero irlandese. Con Miriana era praticamente finita un'epoca. Del vecchio gruppo eravamo rimasti io, Giulia e Pietro, mentre nel frattempo era entrato Lorenzo Greppi che aveva suonato con la normanna Veronique Chalot. Lorenzo aveva sostituito Antonio Breschi nella memorabile stagione di concerti dell'81. La Cardinale Records, un'etichetta fiorentina distribuita da Ricordi, con cui avevamo prodotto Miriana, ci dette la possibilità di fare il nuovo disco.
I quattro rimasti, accomunati dalla passione per l'approfondimento del linguaggio della musica delle aree celtiche, si dettero a lavorare seriamente e cominciarono a mettere a frutto un' importantissima esperienza fatta a Firenze dal '79 all'81 con musicisti irlandesi, che, grazie ad una permanenza in Irlanda per un breve periodo di Antonio Breschi, avevamo fatto venire in Italia per concerti da noi organizzati in collaborazione col comune di Firenze e il centro Flog per le tradizioni popolari. Così erano venuti da noi Andy Irvine e Jerry O'Beirne, Dolores Keane e John Faulkner, Martin O'Connor e Johnny Mc Carthy, ma anche i galiziani Milladoiro e qualche tempo più tardi un giovanissimo Carlos Nunez. Inoltre, importantissimo era stato il sodalizio con il violinista inglese Chris Humblin che appare anche in un brano di Miriana. Con questi personaggi sono state bellissime le serate passate insieme e la loro amicizia è rimasta nel tempo. Dicevo di Dies Irae. Qui cominciò la caratteristica definitiva dei Whisky Trail: quella di tradurre in suggestioni musicali la ricchezza della poesia, dei miti, delle fiabe e della lingua della cultura celtica. Lorenzo introdusse oltre al dulcimer, la bag-pipe, la cornamusa scozzese e il bodhràn, Pietro il bouzouki e io l'harmonium. Tutto questo con l'intento di esprimere un punto di vista che diventava originale proprio per l'ottica più ampia con cui si guardava alla musica irlandese: ridare un respiro che andasse oltre la geografia e facesse dell'Irlanda un luogo dell'anima di cittadini europei.
Ecco allora il 'dies irae' ecclesistico trasformato dalle streghe bretoni nel valore vitale della danza per contrapporsi alla mortificazione della vita imposta dal potere del'600.

Ma la perizia musicale insieme al parco strumenti del gruppo, da lì in poi si ampliava fino ad arrivare, nell'86, a Pooka, il primo concept album che raccoglieva attorno ad una stagione nel bosco irlandese, dal 1° maggio al 1° di novembre, vari spezzoni di fiabe che avevano per protagonisti i folletti, le fate, le streghe. Su tutti campeggiava il Pooka, personaggio caprino, pelo e zoccoli, che noi abbiamo letto con in mente la figura del Pan greco con il quale ha una forte affinità. Sulla tradizione nasceva la reinvenzione. Nel frattempo io avevo cominciato a suonare l'arpa celtica e Lorenzo la uilleann pipes, la cornamusa irlandese. Quel disco ha avuto recensioni che hanno premiato il lavoro del gruppo. Il riconoscimento per noi più significativo è venuto da Folk Roots, la celebre rivista inglese che lo recensiva fra i 6 album più interessanti dell'anno.

Terminato Pooka, eravamo maturi per un esperimento che sentivamo come la conclusione di un ciclo: provare a spingere più oltre il linguaggio della tradizione e verificare le possibilità espressive dei nostri strumenti. La Dies Irae, la nostra nuova etichetta discografica ci dette la possibilità di produrre il nuovo disco. Una leggenda medievale irlandese in prosa e in versi, La Follia di Suibhne, si presentò come la storia adatta al nostro lavoro. Si parlava di un re costretto alla follia e a trasformarsi in uccello per la maledizione di un monaco. Quello era il nostro tema, lo scontro epocale di due culture; quella druidica e quella cristiana: scontro fra due visioni del mondo e dunque scontro di linguaggi.
Era proprio il linguaggio che ci interessava; esprimere la visione spirituale del re celtico sulla natura e metterla a confronto con quella del monaco, che collocava il sacro nello spazio chiuso delle mura della chiesa. I nostri strumenti dovevano essere in grado di evocare quello scontro, così il linguaggio si caricava di suggestioni di arcaicità ed evocava la contemporaneità. Un esempio fra i più belli è nel brano Labyrinth. La bag-pipe di Lorenzo, durante l'esecuzione di un pibroc, viene affiancata dalla chitarra elettrica con distorsore di Pietro.The Frenzy of Suibhne è stato definito da Folk Roots come una musica d'arte contemporanea. Difficilmente etichettabile, è un tentativo di dar vita ad un 'immaginario' celtico.

La nostra produzione successiva, The White Goddess, si diversifica dalle opere precedenti da molti punti di vista. Intanto non faceva più parte del gruppo Lorenzo Greppi e questo aveva portato di per sé all'ennesimo cambiamento. A tale proposito è stato sottolineato in una recensione di Gianni Cunich come 'ogni disco del Whisky Trail sia decisamente diverso, nessuno ha mai ripetuto il precedente e non si è mai venuto a creare un cliché'. L'uscita del bravissimo Lorenzo e dei suoi strumenti ad ancia aveva sollecitato l'inserimento stabile, nell'organico strumentale, dell'armonica, che io usavo negli altri dischi solo marginalmente. Inoltre lo spazio, ma anche la competenza, del violino di Giulia, era decisamente aumentato; Pietro si era impadronito della tecnica del bodhràn ed aveva ampliato il numero dei suoi strumenti con l'introduzione del cittern scozzese a dieci corde.
Si trattava di rappresentare i 13 mesi e un giorno dell'anno lunare con 14 brani che accompagnavano l'anno nel succedersi delle stagioni; il calendario che Dana, la mitica dea dei Tuatha de Danaann rivela ad Amergin, il primo bardo irlandese. Ci è piaciuto seguire il percorso poetico di Robert Graves secondo cui Dana sarebbe la grande Danae, madre della vita portata da Argo in Irlanda da popoli matriarcali pre-Achei. Per noi oltre all'allargamento al Mediterraneo delle origini dell'antica cultura irlandese, stava particolarmente a cuore indicare nel femminile l'originaria ispirazione poetica e musicale. E' dal culto originario della madre terra che i patriarcali Celti hanno ereditato l'amore per la natura da cui nasceva la loro musica e non è un caso che i loro riti li facessero all'aperto.
D'altronde il patrimonio poetico della cultura irlandese è fra i più ricchi del mondo. Basti pensare a William Butler Yeats a cui ci siamo spesso ispirati. L'altro autore cui siamo particolarmente legati è Seamus Heaney. Fu bello scoprire che anche lui si era occupato de La Follia di Suibhne e aveva riscritto in un inglese contemporaneo l'intero testo.
Tornando a The White Goddess, il più gradito degli apprezzamenti ci è venuto dalla rivista irlandese Irish Music Magazine che lo ha definito '...un disco unico e magico che può dare un significativo contributo allo sviluppo della musica... assolutamente imperdibile.'

Ma alla fine di questo bellissimo periodo, all'inizio del '98, c'è stato il fatto che ha rinnovato ancora una volta il gruppo: l'inserimento, di Vieri con il suo mirabolante violino, in qualche modo il nostro allievo di musica irlandese. Il suo ingresso ha dato al gruppo l'apporto vitale che caratterizza oggi il grande impatto dei nostri concerti. The Great Raid, che ha visto la luce alla fine del 2002, è il risultato della nuova fisionomia che il gruppo ha preso con Vieri. In quel periodo abbiamo prodotto una quantità enorme di nuovi pezzi, fra tradizionali e di nuova composizione, ma il bello è che insieme a questo veniva spontaneo, grazie al nuovo assetto, riprendere alcuni tasselli di brani di dischi precedenti e dar loro nuova fisionomia. In quello stesso periodo usciva la traduzione italiana del Tàin Bò Cùailnge, la grande epopea di Cù Chulainn, con il titolo La Grande Razzia, ad opera di Melita Cataldi: è stato il colpo di fulmine. Le suggestioni di una razzia del mito irlandese si andavano a intrecciare con la razzia che il gruppo stava facendo nella propria storia. Così quell'enorme quantità di materiale che avevamo a disposizione andava a formare un doppio CD. Le recensioni in Italia e all'estero sono state enormemente gratificanti. Se ne può citare una per tutte, quella su Folk Roots: 'The Great Raid suggerisce uno splendore da tempo dimenticato nel panorama celtico europeo'!

Infine l'ultimo elemento decisivo per l'attuale fisionomia del gruppo: l'inserimento di Massimo Giuntini e la grande maestria delle sue dita sulla uilleann pipes e sui whistles!
Massimo aveva preso a collaborare con noi già in The White Goddess e in The Great Raid. Il suo inserimento definitivo è della fine del 2002, appena uscito dai Modena City Ramblers. Con lui, oltre al prezioso apporto strumentale e di idee che ha dato, si è resa possibile la riproposta di Pooka in concerto. Una delle opere più importanti della nostra storia poteva finalmente riprendere forma!
Tutto è iniziato quando, in previsione dei 30 anni di attività del gruppo abbiamo cominciato a pensare al modo di festeggiare l'evento: la riproposta di Pooka poteva essere il modo più bello. Infatti con la uilleann pipes e i whistles di Massimo eravamo in grado di riproporre l'intero repertorio del disco. Per essere però ancora più vicini e precisi rispetto all'organico di Pooka, abbiamo cominciato a collaborare con il virtuoso di bag-pipe Alberto Massi, perché in quel disco Lorenzo Greppi suonava sia la cornamusa irlandese che la scozzese. E il concerto si è fatto davvero! In anteprima il 31 ottobre del 2004, nello scenario più adatto e più suggestivo che poteva esserci, il Teatro Studio di Scandicci. Indimenticabile rimarrà l'emozione nostra e del pubblico quando dai nostri strumenti quelle 'antiche' note hanno cominciato a riprendere forma, con i racconti, le atmosfere, i riferimenti a Yeats. Inoltre, in occasione del grande traguardo dei 30 anni nel 2005, la Forrest Hill Records ha ristampato il disco con la copertina originale in digipack.

E ai 30 anni di attività musicale è legata anche l'altra uscita discografica del 2005. L'occasione è stata di quelle importanti perché a Firenze si sono celebrati i 10 anni di 'Irlanda in Festa'. Gli organizzatori hanno voluto festeggiare l'evento regalando il nostro omonimo disco al pubblico partecipante alla quattro giorni di S. Patrick. Anche questo è stato un bel traguardo, visto che la festa annuale irlandese non ha eguali in Italia per continuità. Sicuramente il merito è degli organizzatori del Saschall ma anche dell'amore della città di Firenze per la musica irlandese che abbiamo coltivato in tutti questi anni.

Copyright Whisky Trail   -   Tutti i diritti riservati